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Rovine del Convento di Sant'Arcangelo

Rovine del Convento di Sant'Arcangelo

Le origini del Monastero di Sant’Arcangelo vanno ricercate con ogni probabilità in quell’immigrazione di anacoreti italo-greci che interessò il Cilento tra il VII e l’VIII secolo. Costoro, per sfuggire all’invasione degli Avari e degli Slavi nella Penisola Balcanica e, successivamente, alla persecuzione iconoclasta di Leone III Isaurico, presero a risalire la Calabria, terra bizantina, e si rifugiarono nel vicino Cilento, terra nominalmente bizantina, ma soggetta all’autorità spirituale della chiesa latina di Roma.
Qui trovarono l’ambiente ideale per rifondare la loro vita. Gli anacoreti organizzavano il lavoro agricolo e la vita spirituale, si diedero delle regole comuni, scavarono il pozzo dell’acqua e vi eressero la prima rudimentale chiesa e le celle. Fu la nascita del cenobio italo-greco. 

Così dovette sorgere anche quello di Sant’Arcangelo.

Il cenobio di Sant’Arcangelo rimase “greco” non oltre il 1067 anno in cui vi giunse l’abate Pietro Pappacarbone,
già vescovo di Policastro. Il cenobio italo-greco diventò dunque benedettino, dipendente dalla badia di Cava; ovviamente fu un
passaggio graduale.

Dipenderanno da Sant’Arcangelo l’obedientia di Sant’Angelo di Montecorice e la cella di San Mauro, oltre ad altre sparse nei territori limitrofi.
La cappella restò aperta al culto fino al 1792, anno in cui l’ultimo abate, Pasca, poi chiamato ad essere vescovo di Teano, fece trasportare le campane e la statua di S. Michele.

 Successivamente i monaci si spostarono più a valle e fondarono Perdifumo e Camella. Ricordiamo una strofetta con la quale, in tono ironico, il popolo ha ricordato l’origine di Perdifumo e della frazione Camella, ascritta alla solerte “opera” dei monaci; eccola:

“Camella e Pierdifumo tutti santi,
li muonaci nce mettèro la semènte:
l’annacquàro accussì bbòne chére chiante,
ca nascèro tutta bona gente!”

Oggi del Convento rimangono solo le rovine, ma rimangono immutati la bellezza del luogo e del panorama.

Attorno alle rovine del convento vi è una leggenda:
Una conduttura, ci raccontano, scendeva dal monastero fino a valle e distribuiva il vino ai coloni.
Ci dicono anche che nelle rovine dimora una chioccia con i pulcini d’oro!… Sono i soliti racconti che troviamo applicati dovunque è rimasto il ricordo di una passata ricchezza. Resta nella memoria del popolo il ricordo dell’origine greco-longobarda del monastero di Sant’Arcangelo?
E’ il linguaggio popolare, strano, enigmatico, ma vivo: nasconde a volte, verità impensate. D’altra parte come non ricordare la chioccia d’oro custodita nel duomo di Monza, donata dalla regina longobarda Teodolinda, colei che portò il suo popolo al Cristianesimo.